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  23.09.2018 Ferienhaus Ostsee
   

Indice
L’adolescenza
Il fumo
L’alcool
a) I benefici dell'alcool
b) Gli effetti negativi dell’alcool
Le ipoglicemie
Le iperglicemie
Effetti sugli organi
c) Alcool e farmaci
d) Informazione e comunicazione
I disturbi alimentari e la Tv

L'adolescenza
L’adolescenza è una fase in cui si vogliono fare nuove esperienze come provare l’alcool, la droga (tra cui il fumo).
I teenagers usano alcool ed altre droghe per molte ragioni, inclusa la curiosità, perché conferisce loro un senso di benessere, riduce lo stress, facendoli sentore più grandi o più semplicemente integrati nel gruppo di appartenenza. È difficile sapere quali e quanti adolescenti dopo aver provato la droga continueranno o meno a farne uso e quali svilupperanno problematiche serie.
Sfortunatamente gli adolescenti spesso non sono consapevoli del legame tra le loro azioni di oggi e le conseguenze future. Hanno anche una tendenza a sentirsi indistruttibili e immuni dai problemi che interessano gli altri: più che altro rimangono indifferenti in modo irresponsabile alle conseguenze, non facendoasi carico quindi non approfondendo gli effetti fell'usi di tali sostanze.
Assumere alcool e tabacco in giovane età aumenta il rischio di passare prima o poi all’uso di altre droghe. Alcuni adolescenti, dopo aver provato, smetteranno o continueranno a farne un uso occasionale, senza problemi significativi. Altri svilupperanno una dipendenza, utilizzando droghe sempre più pericolose e causando danni significativi a se stessi e forse anche ad altri, potenzialmente inclini.
L’utilizzo di tabacco ed alcool non dovrebbe essere sottovalutato, perché possono essere considerati “droghe veicolo” per altre droghe (marijuana, cocaina, allucinogeni, inalanti ed eroina). La combinazione tra curiosità adolescenziale, comportamenti  a rischio e pressione sociale, rende molto difficile per l’adolescente dire “no”.  Gli adolescenti più a rischio di incorrere in seri problemi derivanti da uso di alcool e droga sono quelli che hanno una storia familiare di abuso di sostanze, quelli che soffrono di depressione, con bassa autostima, che non si sentono a proprio agio o che sono sbandati.
Per il paziente diabetico sono questi i classici riti di iniziazione degli adolescenti che pongono ulteriori sfide al giovane insulino-trattato e a chi lo segue.
Secondo Valentino Cherubini (Responsabile del Servizio Regionale di Diabetologia Pediatrica Ospedale Salesi – Ancona Docente di Endocrinologia alla Scuola di specializzazione in Pediatria dell’Università di Ancona) per tutti i genitori il rapporto con i figli divenuti adolescenti si presenta difficile. La strutturazione di una personalità autonoma passa anche attraverso proteste, manifestazioni di insofferenza o veri e propri scontri verbali nei confronti delle figure dalle quali l’adolescente deve differenziarsi.
Questo accade nella fase delicata in cui i genitori devono accettare un mutamento nel loro ruolo, devono riconoscere - anzi promuovere - l’autonomia raggiunta dai figli. In questo processo assume molta importanza la dimensione sociale: il ‘gruppo’ con i suoi riti. Questo vale per tutti gli adolescenti: specifici dei soggetti con diabete mellito tipo I sono l’effettivo rischio di incorrere - mentre si celebrano questi riti dell’adolescenza - in una crisi ipoglicemica e il comportamento particolarmente protettivo dei molti genitori.
Errore quasi naturale e che i genitori/medici utilizzino lo spettro dell’ipo/iper per proibire o ritardare la partecipazione del figlio a questi riti.
Psicologicamente non appare questa una strategia efficace: mina la sicurezza di sé dell’adolescente, valorizza il comportamento proibito e contribuisce a creare intorno a questo ambito una congiura del silenzio. Gli adolescenti stendono un velo di omertà sulle loro attività serali, e i genitori, anche laddove sospettano che qualcosa non funzioni, stanno al gioco.  La sbornia, la serata in discoteca, lo spinello prendono così i connotati della trasgressione e della completa alternatività, una ‘festa’ nella quale ogni regola viene annullata. È su questo substrato che nascono i casi di peggior controllo della glicemia. È importante quindi che queste attività siano riconosciute (il che non significa approvate) dai genitori e dal team medico e quindi inserite nel quadro dell’autocontrollo glicemico.
Paradossalmente tocca al genitore fare il primo passo, e in supporto ai genitori devono esserci i medici specialisti e i pediatri di libera scelta. Per il medico è più facile porsi su un piano di parità con l’adolescente, quasi fosse un componente più anziano del suo gruppo. Più che proibire o incentivare un comportamento, il medico insegnerà dei trucchi, degli stratagemmi che possono ridurre il rischio di ipoglicemia.
Il problema sta nelle ipoglicemie ma anche nelle iperglicemia e questo semplicemente perchè è assai raro ottenere da un adolescente nello stesso tempo un normale sviluppo psicologico e sociale e un perfetto compenso glicemico.
I genitori, sotto la guida dei medici diabetologi devono avere, come obiettivo, la qualità della vita del proprio figlio/paziente. Rispetto a questo valore il compenso glicemico è un mezzo, non un fine.
Il medico che colpevolizza l’adolescente, ripudia le sbornie e le notti in discoteca, impone valori perfetti di autocontrollo non rischia niente ma così facendo rischia di non ottenere il suo obiettivo. Nel migliore dei casi può perdere credibilità nei confronti del giovane, nel peggiore scatenerà in lui sentimenti di frustrazione rischiando, nel peggiore dei casi, comportamenti oppositivi ma anche un allentamento da coloro, che, invece, rappresentano un aiuto/guida per la gestione del loro diabete e delle problematiche connesse.
Recentemente un sociologo e un endocrinologo, rispettivamente Karen Luftey e William Wishner,  hanno proposto di superare il termine “compliance” (che significa “obbedienza” e presuppone un rapporto gerarchico) e di definire “adherence” (convinzione, introiezione) l’obiettivo della educazione sanitaria. Altri hanno proposto di andare ancora oltre e disegnare un rapporto nel quale i team diabetologici si pongono su un piano di completa collaborazione e parità con il paziente cronico, superando davvero il modello della malattia cronica. In generale si tratta di una prospettiva affascinante che riguarda tutta la terapia delle malattie croniche. Nel trattamento dell’adolescente diabetico questa è semplicemente l’unica strada.

Come gli altri coetanei, gli adolescenti con diabete possono avere il rischio di assumere alcool e di essere esposti al danno da fumo di sigaretta. Poiché sia l'alcool che il fumo hanno rilevanti conseguenze sul controllo gliecemico e sull'eventuale sviluppo di complicanze microangiopatiche, gli adolescenti con diabete e le loro famiglie dovrebbero conoscere non superficialmente tali effetti.
Il problema si pone con le esperienze nuove cui si affaccia l'adolescente diabetico, come il fumo (che andrà scoraggiato perché aggrava i rischi vascolari) e l'uso di bevande alcooliche (per i gravi rischi di ipo/iper-glicemia che possono comportare).

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Il fumo
I rischi che il fumo di sigaretta arreca alla salute sono ben pubblicizzati e quindi ben noti agli adolescenti.   Il fumo rappresenta inoltre un significativo fattore di rischio per lo sviluppo di complicanze micro e macrovascolari nei soggetti diabetici. Il fatto che segni clinici di tali complicanze possano cominciare a manifestarsi già durante l'adolescenza dovrebbe costituire un deterrente particolare per i ragazzi con il diabete nell'astenersi dal fumo.
La maggior parte degli adolescenti fumatori considera i rischi legati al fumo come un pericolo remoto e, per quel che li riguarda, poco realistico.
Non risulta di grande aiuto approcciare il problema cercando di spaventare gli adolescenti con i dati sui rischi a lungo termine per la salute, atteso che ciò non influenza significativamente la gran parte della popolazione dei fumatori. Per aiutare un adolescente diabetico a smettere di fumare ed accrescerne le conoscenze sui rischi che ciò comporta per la salute, potrebbe risultare utile andare alla ricerca delle ragioni che lo inducono ad avvicinarsi al fumo. per alcuni rappresenta la possibilità di essere parte di un gruppo, che altrimenti potrebbe escluderlo: ciò potrebbe essere di enorme importanza per coloro che accusano difficoltà nelle relazioni con i coetanei.  Per altri potrebbe essere il modo di provare, a sé e agli altri, la propria normalità. Il che potrebbe essere un modo (inappropriato) di compensare tutti quei comportamenti dettati dalla necessità di controllare il proprio diabete.
Le strategie per smettere di fumare dovrebbero ispirarsi ai medesimi principi cui fanno riferimento quelle studiate per la popolazione degli adolescenti in generale. Dovrebbero pertanto basarsi su consigli pratici, piuttosto che sulla sola educazione teorica. Tra questi, ad esempio, si può considerare la possibilità di fissare una data entro cui smettere e, all'interno di questo ambito temporale, intervallare periodi di fumo a periodi gradualmente crescenti di astinenza. Raggiunto questo primo obiettivo, per mantenere uno stile di vita libero dal fumo sarà bene evitare quelle situazioni di rischio in cui, in precedenza, si era avvertito il bisogno di fare ricorso al tabacco.
L'educazione, la conoscenza e la prevenzione costituiscono anche in questo caso i pilastri per fare in modo che i nostri ragazzi, indipendentemente dal diabete, non si avvicinino al fumo di sigaretta.
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Ciò detto da uno studio condotto al National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES), dal 2005 al 2010 e pubblicato sulla rivista scientifica statunitense The American Journal of Medicine su 4657 è emerso che fumare abitualmente la marijuana eviterebbe il sovrappeso e preverrebbe il diabete: lo studio condotto su soggetti uomini adulti e donne, ha analizzato le associazioni correnti tra l'uso di marijuana abituale e le misure di glucosio a digiuno (dopo 9 ore) e dei livelli di insulina, della resistenza all'insulina (HOMO-IR) e dei componenti della sindrome metabolica.

Tuttavia è presto, precisano gli studiosi, sostenere che la marijuana possa essere usata come rimedio contro obesità e diabete, anche se  capire i meccanismi di base può essere utile per aprire nuove vie terapeutiche per questi problemi. L'uso terapeutico della cannabis, del resto, è da anni riconosciuto dalla comunità scientifica per alleviare i sintomi di malattie come il cancro, il morbo di Parkinson, la sclerosi multipla, la psoriasi e l'eczema atopico (amplius vedi La marijuana: prospettive per la prevenzione del diabete).

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L’alcool
a) I benefici dell’alcool
Da qualche anno, diversi studi epidemiologici dimostrano un effetto benefico per la salute (riduzione del rischio cardiovascolare) purchè se ne faccia un consumo di alcool moderato (un bicchiere a pasto) . Tuttavia, sappiamo bene che le bevande alcooliche, pur procurando in generale una sensazione di benessere, possono essere anche espressione di disgrazie e drammi accompagnati da danni fisici e problemi comportamentali responsabili di incidenti e violenze.
La dipendenza dall’alcool rappresenta un serio problema sociale, di stile di vita, e di coscienza, che richiede interventi importanti. Nella sua forma cronica, l’abitudine ad assumere alcool in quantità eccessive può trasformarsi in una vera e propria forma di tossicomania e può essere causa di morte precoce. Si sviluppa progressivamente, in un periodo di tempo più o meno lungo, e comporta una serie di conseguenze a livello fisico, psichico e sociale. Possiamo parlare di danni fisici di tipo epatico, neurologico,cardiaco o sessuale; danni psichici quali ansia, depressione,psicosi, disturbi della personalità; danni sociali come incidenti stradali, violenza sui minori,infortuni sul lavoro. Il consumo di alcool, inoltre, è notevolmente aumentato tra le giovani generazioni. Nell’immaginario collettivo dei giovani, l’alcool viene associato a momenti di gioia e benessere anziché essere percepito come un fattore di rischio. Il fenomeno risulta sempre più sganciato dal modello culturale mediterraneo caratterizzato da consumi moderati e strettamente legati ai pasti,appare piuttosto orientato verso un modello di consumo “binge drinking” (bere per ubriacarsi), dovuto anche alla necessità di affrontare difficoltà personali(timidezza, paura, imbarazzo). Il bere determinato da tale necessità rappresenta una modalità di utilizzo che espone alla possibilità di sviluppare abuso o dipendenza. L’aumento del numero di coloro che ne abusano è testimoniato dall’elevata frequenza di problemi alcool-correlati. Secondo i dati raccolti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’alcool è la prima causa di morte tra i giovani europei: un decesso su quattro,tra i ragazzi di età compresa tra i 15 e i 29 anni,è dovuto al consumo di alcool, per un totale di 55 mila morti l’anno a causa di incidenti stradali, avvelenamento,suicidio indotto dal bisogno di liberarsi dall’alcoolismo, omicidi legati allo stesso fenomeno.

Secondo un’analisi dei dati di diversi studi epidemiologici recentemente condotta dalla rivista francese Prescrive, un consumo moderato di alcool, nell’ordine di un bicchiere al giorno, è però associato ad un minore rischio cardiovascolare, soprattutto coronarico. Non si esclude,tuttavia, che determinati fattori che influenzano talvolta la morbilità e il consumo di alcool contribuiscano all’effetto osservato. Inoltre, il livello di evidenza di questo effetto è inferiore nelle donne rispetto agli uomini, e gli esiti riscontrati non possono essere associati agli adulti giovani. Infatti, nella maggior parte degli studia favore di un effetto protettore dell’alcool in dosi moderate, i soggetti studiati avevano un’età superiore ai 50 anni.

In diversi paesi sono stati condotti studi prospettici per valutare il rischio cardiovascolare associato all’uso di alcool. In Francia, sono state analizzate le conseguenze del consumo di vino e birra sulla salute di 36.250 uomini tra i 40 e i 60 anni dal 1978 al1983, con un follow up di 12-18 anni.
Un consumo medio di vino, da 2 a 5 bicchieri standard (N.B. = La definizione di “bicchiere standard” può cambiare da uno studio all’altro. Generalmente, per “bicchiere standard” si intende: 10 cl di vino con gradazione 12°, 25 cl di birra con 5°, 7 cl di aperitivo con 18°, 3 cl di whisky con 40°), al giorno è stato associato ad un rischio minore di mortalità globale (33% inferiore;p<0,001), tenendo conto dell’età, del livello scolastico,dell’eventuale tabagismo, del peso (indice di massa corporea) e dell’attività fisica. Il rischio di mortalità risulta essere superiore a partire da un consumo di alcool pari a 10 bicchieri al giorno. I dati osservati nei consumatori di vino non possono essere associati ai consumatori di birra, il cui numero di partecipanti allo studio era di due volte inferiore.

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b) Gli effetti negativi dell’alcool
Le Ipoglicemie
Sebbene l'assunzione di alcool può variare da soggetto a soggetto in dipendenza della quantità ingerita, delle circostanze in cui ciò si è verificato, del controllo metabolico, è stato dimostrato come l’assunzione di alcool, in particolari condizioni (digiuno prolungato), induce una consistente riduzione dei livelli ematici di glucosio inibendo il rilascio dalle riserve epatiche.
In questo caso il rischio di ipoglicemia è elevato, soprattutto durante la notte. È, pertanto, indispensabile informare i ragazzi e le famiglie di prestare particolare attenzione all'ipoglicemia. Può accadere, infatti, che coloro che circondano un adolescente con diabete (familiari, amici) attribuiscano all'ubriachezza un comportamento alterato, trascurando la possibilità di una ipoglicemia in atto. Probabilmente lo stesso adolescente ha difficoltà a riconoscere i primi segnali di allarme mentre beve e li confonde con l'ebbrezza procurata dall'alcool.
Inoltre, la maggior parte degli adolescenti che assumono alcool possono vomitare: il rischio per un ragazzo con diabete in tal caso è il rapido sviluppo di chetoacidosi, aumentato dalla disidratazione che spesso accompagna l'eccessiva assunzione di alcool. Occorre anche tener presente che danni maggiori possono determinarsi se l'adolescente cerca di nascondere ai genitori di aver fatto uso di alcool, magari rimanendo fuori con gli amici: in questi casi tralasciare di assumere la dose abituale di insulina determina un maggiore rischio di sviluppare chetoacidosi.
Molti diabetologi affermano come principio generale che l’alcool  riduce l’assorbimento degli zuccheri nel sangue inibendo la glicogenolisi epatica. Birra vino, gin e vodka sono quindi ipoglicemizzanti. I cocktail a base di frutta invece hanno un consistente apportio di zuccheri semplici incidendo sulla glicemia in maniera opposta.
Per cui suggerito ingerire carboidrati qualora  si preveda di bere in quantità consistente.

Uno recente studio del 2012 (Richardson T, Weiss M, Thomas P, Kerr D.,Day after the night before: influence of evening alcohol on risk of hypoglycemia in patients with type 1 diabetes;  Diabetes Care 2005; 28: 1801-2)  ha dimostrato come anche una modesta quantità di alcool  con il pasto serale, a certe condizioni ossia dopo un digiuno prolungato, possa aumentare il rischio di ipoglicemie denominate alcooliche con effetti ritardati (possono manifestarsi anche il giorno dopo). Esiste una casistica abbastanza ampia di diabetici insulino-dipendenti che hanno subito gravi crisi ipoglicemiche, con esiti anche mortali o, al meno peggio, lesioni nervose permanenti.
Non vi erano finora prove che suggeriscano che i soggetti con diabete di tipo 1 debbano adottare un approccio al consumo di alcool differente dal resto della popolazione, ma ciò nonostante, nei pazienti trattati con insulina, l'alcool è stato implicato in circa un quinto dei casi di ricovero per ipoglicemia.
In base al presente studio, con il consumo di alcool si ottengono livelli interstiziali di glucosio inferiori di 1,2 millimoli al litro rispetto a quanto rilevato con il placebo: ciò si traduce in un aumento del rischio di ipoglicemia interstiziale nelle 24 ore, con un persistente rischio di ipoglicemia in tutto il giorno successivo.
La sindrome insorge in individui che assumono alcool dopo un digiuno sufficientemente prolungato da rendere dipendente dalla gluconeogenesi il rilascio di glucosio da parte del fegato.
L'ossidazione dell'alcool nel fegato aumenta il rapporto tra la forma ridotta e quella ossidata del nicotinamide adenin dinucleotide nel citosol, e inibisce il rilascio di glucosio da parte del fegato tramite l'inibizione dell'utilizzo dei principali substrati gluconeogenetici del plasma (lattato, alanina) per la sintesi di glucosio, con il risultato di una caduta della glicemia che stimola l'aumento degli FFA e dei chetoni plasmatici. Essa è frequentemente associata all'aumento dei livelli plasmatici di lattato e chetoni e ad acidosi metabolica.
In altre parole se l'ipoglicemia si verifica in una situazione di glicogeno epatico basso (quindi dopo un  digiuno prolungato), venendo a scarseggiare la principale fonte di riserva di glucosio, il fegato cerca di rimediare producendo nuovo glucosio dagli aminoacidi e liberandolo in circolo. E’ in questo momento che agisce l'alcool bloccando questa neosintesi di glucosio di emergenza: la glicemia allora scende progressivamente, portando eventualmente al coma ipoglicemico completo.
L'ipoglicemia alcolica richiede un trattamento tempestivo. Essa può essere indotta da livelli ematici di alcool ben al di sotto dei comuni limiti di legge per la guida, pari a 100 mg/dl (22 nmol/l). Dopo un'infusione EV rapida di 50 ml di soluzione glucosata al 50% seguita da soluzione glucosata al 5% EV (abitualmente con l'aggiunta di tiamina), si osservano di solito un rapido miglioramento del livello di coscienza e la successiva risoluzione dell'acidosi metabolica.
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Le iperglicemie
Al di fuori di queste condizioni, c’è da considerare, che alcune bevande alcooliche hanno un discreto contenuto di zuccheri semplici: l’alcool ossia l’etanolo, è una sostanza ad alto contenuto calorico, che se preso in grosse quantità può causare iperglicemie e che quindi dato che non può essere trascurato nel diabete.
Sebbene vi siano molteplici ragioni per cui genitori e sanitari dovrebbero scoraggiare l'assunzione di alcool al di sotto di una certa età, è bene essere realistici, conoscere il rischio che i ragazzi hanno di assumere alcool e impegnarsi in un'opera di educazione e prevenzione. Consumare alcool in modica quantità per un giovane adulto è possibile (ad esempio un bicchiere di vino ai pasti), a patto che si conoscano gli effetti di questo sulla glicemia. (Indice)
Effetti sugli organi
Non devono essere trascurati, in via generale, tutti gli altri effetti negativi che un abuso di alcol possono arrecare a qualsiasi individuo.
Statisticamente, da uno studio prospettico svedese, condotto in 49.618 uomini di età compresa tra i 17 e i 20 anni all’entrata nello studio e seguiti per 25 anni, ha mostrato un aumento del rischio di decesso del 14% con un consumo di alcool di 15 g/die rispetto alla totale assenza di consumo, e tenendo conto anche di altri fattori di rischio.
Inoltre il consumo regolare e eccessivo di alcool espone al rischio di aumento del consumo e di dipendenza dall’alcool, che è spesso accompagnato da degrado psicosociale e problemi comportamentali; uno studio su  un campione di 32.333 adulti, rappresentativi della popolazione inglese, mostra un’associazione tra il consumo medio di alcool della popolazione e la prevalenza di consumi dovuti a determinati problemi. Questa associazione si traduce in un aumento del rischio di dipendenza dall’alcool in caso di incentivazione generale al consumo di alcolici.
Il problema principale è che, come in caso di abuso di qualsiasi sostanza, certi organi vengono danneggiati. Gli organi principalmente colpiti sono il fegato, il sistema nervoso, le vie aerodigestive superiori, ipertensione arteriosa con possibilità di rischi congeniti nel feto in caso di gravidanza.

  • Fegato. L’evoluzione della tossicità dell’alcool sul fegato passa per tre stadi: steatosi, epatite alcolica, cirrosi. La cirrosi viene solitamente diagnosticata tra i 50 e i 60 anni. La durata media di intossicazione prima della diagnosi di cirrosi è stimata tra i 20 e 25 anni. La soglia del consumo di alcool al di là della quale il rischio di cirrosi è moltiplicato da 3 a 4 volte sembra essere di circa 30 g/die per le donne e 50 g/die per gli uomini. Il 40-80% dei pazienti colpiti da cirrosi alcolica decede in 5 anni circa.
  • Sistema nervoso. Il consumo di alcool comporta disturbi cognitivi: più del 50% dei consumatori dipendenti dall’alcool presenta problemi di memoria e danni alle capacità di elaborazione. Ansia, insonnia e depressione sono anch’esse talvolta legate all’alcool. In casi estremi, l’alcool causa encefalopatia di Wernicke, alterazioni della coscienza, segni oculari e problemi di equilibrio. Se trascurata, questa sindrome può evolversi in una sindrome di Korsakoff. L’alcool può essere anche causa di lesioni neurologiche periferiche: in Europa è la seconda causa di polineuropatia dopo il diabete.
  • Tumori aerodigestivi. L’alcool è connesso ad un aumento dei casi di tumore delle vie aerodigestive superiori (bocca, faringe, laringe, esofago), così come di cancro al fegato. L’associazione al tabacco aumenta le possibilità di cancro delle vie aerodigestive superiori: il rischio di tumore alla bocca e alla faringe è moltiplicato per 2 in caso di consumo cronico quotidiano superiore a 45 g di alcool; è moltiplicato per 15 quando questo consumo è associato a più di 40 sigarette al giorno.
  • Ipertensione arteriosa. Oltre i due bicchieri standard al giorno, la pressione arteriosa aumenta sia nell’uomo sia nella donna. Negli uomini, la frequenza di ipertensione arteriosa è più elevata con un consumo da 3 a 5 bicchieri standard al giorno. Diversi studi sostengono l’aumento del rischio di eventi vascolari cerebrali, soprattutto emorragici, con consumi di alcool elevati.
  • Rischio congenito. La concentrazione di alcool etilico nel liquido amniotico comporta per il feto dei valori analoghi a quelli materni. Gli effetti teratogeni dell’alcool espongono ad una sindrome di alcoolismo fetale in caso di consumo da parte della madre. L’alcool risulta aumentare il rischio di confusione mentale o neurologica nel bambino a partire da un consumo di 2 bicchieri standard al giorno. Dati sperimentali dimostrano che i picchi di alcoolemia comportano danni maggiori rispetto alla stessa dose ingerita in giorni diversi.

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c) Alcool e farmaci
L’alcool etilico è responsabile di numerose interazioni con farmaci. Può aumentare l’effetto sedativo di farmaci come  le benzodiazepine, gli antistaminici, alcuni antidepressivi triciclici, i neurolettici e certi antalgici. Il metabolismo di alcuni farmaci è accelerato con  un consumo elevato e regolare di alcool. In un forte consumatore di alcool, questo può diminuire la durata dell’effetto antalgico del paracetamolo e aumentarne il rischio tossico. La cinetica dell’assorbimento dell’alcool è modificata con l’impiego di numerosifarmaci.

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d) Informazione e comunicazione
E’ opportuno adottare un realistico approccio consultivo nei confronti dell'alcoolismo piuttosto che un assoluto bando: utile e preziose risultano quindi le informazioni sui pericoli dell'alcool che possono verificarsi soprattutto sugli adolescenti, senza drammatizzare cercando invece di far capire che deve esserci sempre una misura in tutte le cose che si facciano (est modus in rebus).
Inoltre è importante che lo stesso diabetico od altri spieghino alle persone a se vicine (ad esempio amici, familiari, parenti, colleghi di lavoro, etc.) la propria condizione di diabetico e nel caso di assunzione di alcolici, gli effetti di una probabile ipoglicemia, proprio per aiutare costoro a capire e distinguere una ipoglicemia da una intossicazione da alcool e ciò semplicemente attraverso la semplice misurazione della glicemia nel sangue (ad esempio prima di coricarsi) potendo così intervenire consapevolmente.

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I disturbi alimentari e la Tv
Nel 1997 la Società Italiana di Pediatria ha iniziato ad occuparsi in modo sistematico di abitudini e stili di vita degli adolescenti realizzando, tra l’altro, una indagine mirante ad analizzare, tra l’altro, il rapporto tra adolescenti e media ed, in particolare, con la  televisione. Dal 1997 ad oggi non solo è aumentato il consumo tout court di televisione, ma sono aumentate anche le cattive abitudini connesse alla visione della TV ed i risultati appaiono inequivocabili. Oltre all’isolamento e  all’allontamento della comunicazione tra figli e genitori e più in generale tra adolescenti stessi, in quasi tutte le case c’è vicino a un tavolo da pranzo una televisione che puntualmente durante i pasti catalizza l’attenzione dei commensali, favorendo l’insorgere di disturbi alimentari. La cosa più tipica è cenare, guardando il telegiornale. È un grave errore, per l’effetto ipnotico della tv che spinge ad avere abitudini alimentari sbagliate: c’è chi, preso dal suo programma preferito, mangia troppo o chi, invece, troppo poco.
Secondo i dati dell’ dell’Osservatorio ADI – Nestlé, il 33% delle persone che consuma i pasti davanti al piccolo schermo è obeso, mentre il 27% è sottopeso, mentre il 30% è in sovrappeso. Le percentuali sono state raccolte su un campione molto vasto, 13 mila persone, durante uno studio per verificare le abitudini alimentari del Paese.
Giuseppe Fatati, coordinatore scientifico dell’Osservatorio ADI-Nestlé e presidente della Fondazione ADI, ha commentato che sarebbe il caso di togliere la TV dal menu abituale dei nostri pranzi e delle nostre cene. L’aumento di peso è spiegabile con la scarsa considerazione prestata a quello che si mangia in relazione ad un’attività passiva che assorbe in toto l’attenzione.
Anche uno studio inglese ha riportato dati “inquietanti”.  Secondo i ricercatori dell’University College London, trascorrere molto tempo davanti al televisore provoca un generico incremento delle malattie mortali pari al 48%, mentre fa aumentare del 125% il rischio di morire per patologie cardiache. Questa teoria è il frutto di una ricerca condotto su oltre 4mila  persone seguite per 4 anni, durante i quali 325 sono morte e 215 hanno avuto almeno una malattia cardiovascolare.
Più in generale un maggior consumo televisivo peggiora le abitudini alimentari, fa aumentare il consumo di alcol e fumo, peggiora la percezione del proprio corpo facendo desiderare di essere più alti, più magri, più belli, ecc… ed induce più facilmente a sottoporsi (o a desiderare di sottoporsi) ad una dieta, speso autogestita. Ma sembra produrre effetti negativi anche su quelle che potremmo definire le “abitudini sociali”. Gli “overtrenta” tendono ad essere aggressivi, meno portati a rivolgersi agli adulti (genitori, insegnanti) in caso di necessità, e ad avere meno fiducia negli “adulti” in generale. Così come considerano più importante il possesso di oggetti e “status symbol” per apparire autorevoli all’interno del gruppo dei pari.

Nella seguente tabella si riportate alcune tra le più significative differenze di comportamento di  adolescenti che guardano la TV  meno di un’ora al giorno e adolescenti che guardano più di 3 ore al giorno.

Visione di TV al giorno meno di 1ore più di 3 ore
Merendine confezionate 16,5 30,7
Snack salati 12 19,7
Panini fatti in casa 32,9 42,5
Frutta 62,7 45,9
Biscotti 29,7 36,2
Gelati 26,6 32,5
Cioccolata 27,2 37,3
Caramele 16,5 34,4
Patatine 16,5 34,1
Vino 3,8 8,9
Birra 6,3 14,7
liquori 2,5 4,7


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Per saperne di più:
http://www.agd.it/leggilazio/lineeguida/varie_eta.htm
http://www.clicmedicina.it/pagine%20n%2019/alcool_ipoglicemia.htm
http://www.progettodiabete.org/indice_net1000.html?expert/e1_132.html
http://www.diabete.it/pico/view.asp?IDVoce=4
http://www.ioloso.it/discussione.php?F=1&D=27997&E=6516&U=4844
http://www.msd-italia.it/altre/manuale/sez02/0130194.html
http://www.diabetologia.it/news_4_05_08/vinoalcoolici.htm
http://www.ambulatorio.com/area_pubblica/il_bambino_in_primo_piano/mondo_adolescente/gli_effetti_della_tv_sugli_adolescenti/7.htm#
http://www.dietaland.com/disturbi-alimentari-tv-sovrappeso/13594/
http://www.dm1.it/adulti/percorsi/view.asp?IDCategory=17&IDArticle=164
http://www.fp6migratoryflows.uniba.it/html/kit_ita/fumo_alcool.pdf